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Le forme au(g)mentate del tempo

December 30th, 2008 di Paolo Guglielmoni
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Alla Triennale Bovisa è in corso una mostra dedicata a “Guido Crepax. Valentina, la forma del tempo“.
Come tutti quelli che erano adolescenti negli anni ‘80, ho conosciuto Valentina in TV prima che a fumetti: quante nottate trascorse con gli amici a fare rewind sulle scene più piccanti di Demetra Hampton nei panni (per lo più svestiti) di Valentina. Questa contingenza ha fatto sì che il mio approccio al personaggio di Crepax fosse fin da subito multimediale: televisivo e poi cartaceo.
Quale gioia, allora, leggere all’ingresso della mostra che lo stesso approccio - multimediale - ha guidato i curatori nel pensare il percorso del visitatore. Cito a memoria (del mio mac su cui ho fatto cut and paste): “Tra gli aspetti distintivi e innovativi di questo allestimento, la multimedialità (con elaborazioni video, punti interattivi e ambienti sonori che riproducono e amplificano l’attualità delle invenzioni linguistiche di Crepax e il suo ininterrotto dialogo col cinema), e una particolare relazione con il visitatore (che, grazie alle gigantografie dei disegni sulle pareti, alla proiezione di immagini e a speciali invenzioni interattive danno l’impressione di entrare fisicamente nello straordinario mondo creato dalla fantasia di Crepax). La mostra è articolata in sezioni tematiche (stanze), in cui le tavole originali dei fumetti si alternano a elaborazioni e interpretazioni multimediali”.
Beh, ma è fantastico! - mi dico - e varco la soglia della prima stanza, mosso dall’energia sinaptica dei miei ricordi adolescenziali.
Mi addentro nei corridoi dove echeggiano suoni e voci; nelle stanze in cui monitor occhieggiano ammiccanti e pruriginosi spioncini invitano a scoprire mini-monitor nascosti al comune pudore. Una grande mostra, davvero. Un’esperienza interattiva e multisensoriale. Immersiva, direi, se fossimo nel 2008. Ma non è così.
Siamo nel 1989. Non c’è altra spiegazione. Mini-monitor, schermi TV, voci nei corridoi: la dotazione tecnologica dei curatori della mostra proviene sicuramente dal 1989 (anno d’uscita di Valentina con Demetra Hampton sulle reti Mediaset). Le mie sinapsi si sono rilassate, rientrando nelle loro locazioni abituali, e hanno iniziato a secernere critiche. Primo, mi hanno stampato in mente due parole: augmented reality. Secondo, mi hanno ricordato che Valentina è di professione fotografa. Fotografa onirica. La fotografia filtra la realtà attraverso le ottiche dell’obiettivo. E Valentina usa questa lente per deformare, per aumentare la realtà, per aggiungerle un livello in più. Realtà aumentata, augmented reality, appunto.
Sia chiaro, non voglio mettermi a fare il curatore di mostre. Al massimo, il suggeritore nella buca. Quello che tira fuori i cartelli con le parole che gli attori dimenticano. E quindi eccomi qui, nella mia buca, a tirar fuori un po’ di link. Innanzitutto metaio, società che sviluppa tool per augmented reality, con cui sono state realizzati progetti molto convincenti come gli augmented reality books che rappresentano un fantastico modo i aggiungere un layer virtuale alla carta stampata. Poi anche il progetto Mini Cabrio, primo (che io sappia) esempio di AR advertising, sempre lavorando su mezzo stampa. Infine, Wikitude AR travel guide, uno dei 50 progetti vincitori dell’Android Contest, che permette di riconoscere e geolocalizzare quello che il cameraphone sta inquadrando, offrendo informazioni e varie amenità.
Tutto questo, insomma, per suggerire che esiste già la tecnologia che potrebbe rendere una mostra come quella sul mondo di Crepax non solo interattiva, ma addirittura immersiva. E soprattutto, per gratificare tutti quelli che come me, partendo da Valentina, hanno poi scoperto che anche la tecnologia è una delle cose più eccitanti che un uomo possa concedersi senza togliersi i pantaloni.

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Paolo Guglielmoni

Paolo Guglielmoni
Nasco a Piacenza in un anno magnifico. Nella mia città natale studio clarinetto per 8 anni in conservatorio e mi scopro credente. Dopo 23 anni mi laureo in filosofia teoretica presso l’Università Cattolica di Milano e dopo due giorni scappo a vivere nello UK. Lì divento Scholar in Philosophy presso l’Università di York e soprattutto presso l’Università di Cambridge, dove vivo per un paio d’anni. Nel dipartimento di filosofia del King's College vedo come coniugano internet e cultura, oltremanica. È il colpo di fulmine. Tornato in Italia per il servizio (in)civile passo dieci mesi sulle ambulanze a chiedermi quale lavoro mi permetterebbe di ibridare umanesimo e tecnologia. Decido di entrare nel reparto creativo di Leo Burnett Italia, dove tuttora sono ricoverato con il grado di Senior Copywriter e Creative Supervisor. Ma non è ancora la risposta al fatidico quesito ibridante, e quindi decido di darmi al multitasking intellettuale: vado a lavorare in Leo Burnett Londra, a Los Angeles, a Berlino, a CapeTown. Pubblico introduzioni a opere filosofiche per Bompiani e saggi su Fetish, fotografia e altre delizie da tecnodepravati per editori più o meno underground, poi scrivo un cortometraggio per SkyCinemaAutore e mi metto e studiare e praticare Yoga. Mentre mi dedico al mio sport preferito, l’insoddisfazione, incontro Gloria, mia moglie. E apro un account in Second Life.
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