Infovis: la disciplina al servizio della comprensione di fenomeni complessi
November 17th, 2006 di Daniele Galiffain business intelligence, data visualization, design, information visualization, infovis, interactive media, knowledge management, user experience, visual design, visualizzazione di informazioni | Letture: 1432
Introduzione
Nello scrivere un breve articolo che introduce al mondo dell’infovis, si potrebbe esordire trattando dei fenomeni legati alla moltiplicazione e alla continua crescita della produzione di contenuti e alla conseguente crescita della difficoltà nel recuperare informazioni rilevanti ( information pollution ).
Oppure si potrebbe iniziare discorrendo del processo di visualizzazione che accompagna l’uomo sin dall’antichità; processo da sempre utilizzato per aiutarci nella rappresentazione e nella comprensione della realtà.
Questa volta, invece, vorrei orientare la visione sul mondo dell’Information Visualization ( infovis è la contrazione di questi due termini ) secondo i canoni propri delle discipline user-centered che, in maniera fortemente propulsiva, ne hanno caratterizzato e determinato la crescita e l’evoluzione.
Il termine “infovis”, trae in inganno; difatti sembra limitare quelle che sono le competenze e i settori effettivamente coinvolti dai processi di analisi, strutturazione, rappresentazione ed interazione che caratterizzano i progetti di questa area del sapere.
Se si pensa alle parole “information” e “visualization”, sembra che ci si dimentichi delle parole “experience”, “user” ed “interface”; in qualche modo, si ha l’impressione, che la disciplina non sia altro che una delle tante espressioni ( talvolta puramente artistiche ) della ricerca delle Computer Sciences.
Sarebbe invece opportuno riflettere sulle implicazioni che l’adozione delle tecniche di infovis hanno avuto, hanno e continuano ad avere, sulle diverse soluzioni che caratterizzano la quotidianità “digitale” ( e non ) degli utenti.
La definizione
Si può parlare di infovis come la disciplina che, attraverso una forte attenzione ai bisogni dell’utente, ad un equilibrato mix di competenze diverse e alla razionalizzazione della realtà da indagare, riesce a definire, modellare e produrre un ambiente interattivo, nel quale l’utente acquisisce capacità di comprensione e di analisi di fenomeni complessi attraverso l’esperienza diretta con la visualizzazione user-centered del modello dei dati, mediata da filtri “intelligenti”.
In realtà gli strumenti di infovis non permettono di indagare i soli aspetti delle realtà che afferiscono al mondo fisico ( meglio collocati sotto la sfera della Scientific Visualization ), ma sono utilizzati efficacemente per l’analisi di realtà immateriali ( si pensi alla comprensione di trend sociali, di elaborazione statistica, etc… ).
Come si può dedurre dalla precedente definizione, l’infovis non può essere assolutamente considerata come una disciplina mono-settoriale e nemmeno come una delle tante foglie dell’albero della “Visual Communication”.
E’ opportuno rilevare, invece, i connotati cross-disciplinari, la naturale tendenza alla modellizzazione e all’astrazione, la necessaria collocazione negli specifici scenari d’uso e la strategica progettazione degli opportuni strumenti di interazione tra il mondo reale ( l’utente e i fenomeni da indagare ) e il mondo “virtualizzato” ( l’insieme di dati, modelli e metafore costruite per essere praticabili dagli utenti ).
La natura dei progetti infovis
Offriamo ora un modello con il quale leggere ed identificare i processi e i progetti infovis-oriented.
Iniziamo con lo “stratificare” quella che è la disciplina in 3 livelli distinti:
– il livello dell’astrazione
– il livello del linguaggio
– il livello dell’azione
Nel primo livello ( livello dell’astrazione ) si collocano tutte quelle attività e quegli aspetti e che sono necessari a descrivere, all’interno di un modello sufficientemente stabile e strutturato, quella che è la rappresentazione “in bit” del fenomeno.
E’ lo spazio nel quale si definiscono gli steps di organizzazione e raccolta dei dati che, da grezzi, vengono opportunamente collocati in strutture ordinate tra loro relazionate.
Il livello dell’astrazione è quello che maggiormente è legato agli aspetti di pura modellizzazione della realtà, nel quale il riferimento all’utente è basato esclusivamente sui tasks che lo stesso dovrà assolvere. In un certo senso l’utente è sì al centro della progettazione del modello e della struttura dei dati ma non come individuo, ma come “collezione di tasks”.
Anche se ciò può sembrare poco naturale, si deve però ricordare che solo utilizzando questo approccio si riesce ad offrire un livello di astrazione capace di essere integrato con gli altri livelli a prescindere dal linguaggio e dalle interfacce ( fisiche o virtuali ) che
verranno poi utilizzate.
Nel descrivere il secondo livello ci si imbatte da subito con un aspetto cruciale: quello della definizione della metafora e degli altri sistemi segnici che dovranno essere utilizzati per mediare tra la struttura “a bit” dei dati e l’insieme degli “strumenti cognitivi” in possesso dell’utente.
Il secondo layer è quello nel quale si può vedere il lavoro del visual designer il quale, attraverso un’attenta analisi del linguaggio, della struttura dei dati e delle caratteristiche dell’utente ha il compito di definire con precisione quello che sarà la forma della “restituzione” dei dati.
Il visual designer si trova, quindi, a dover ricoprire un ruolo di mediazione che ha una rilevanza strategica: solo definendo un adeguato panorama di riferimento costruito su linguaggi che l’utente riesce a praticare si mette in condizione lo stesso di “dialogare” efficacemente con i dati strutturati.
E’, quindi, sul secondo livello che i dati vengono rappresentati nella maniera più opportuna.
Come abbiamo appena visto nei primi due layers gli elementi di riferimento sono la struttura e il modello dei dati, il linguaggio e la metafora. Nel terzo livello invece gli elementi caratterizzanti sono l’utente e i filtri.
Vediamo il perchè.
Se avessimo un sistema caratterizzato solamente dai due primi livelli, significherebbe che la discussione fosse sugli artefatti di comunicazione noti come “infografiche“; cioè strumenti nel quale vengono rappresentati dei dati ma che, non necessariamente, generano informazione utile all’utente finale.
E’ solo l’utilizzo degli stessi che permette all’utente di avere le informazioni che cerca.
Un mappa cartografica, in sé, è una sintesi visuale delle caratteristiche di un territorio e potrebbe essere considerata anche solo come opera d’arte; difatti non necessariamente genera informazione se non è l’utente a relazionarsi con alcuni elementi di filtro ( la griglia, l’indice delle località, la legenda, le icone ) per assolvere uno o più tasks ( Ad esempio: andare da Porta Romana a Porta Venezia ).
La relazione con il media cartaceo, però, non è così efficace come col media digitale e, soprattutto, non consente di operare una serie di operazioni caratterizzanti gli strumenti di infovis ( si pensi al dynamic quering o al processo di sorting, etc… ).
L’ultimo livello è quindi “lo spazio dell’azione”; è qui che avviene il processo che consente all’utente di operare la generazione dell’informazione.
Sul livello dell’azione l’utente ha a disposizione un set di filtri che agiscono direttamente sui dati permettendone una variazione nella rappresentazione; tale variazione genera uno scarto semantico rispetto alla precedente, producendo quella che è l’informazione interessante per l’utente.
Un esempio molto banale potrebbe essere fatto ipotizzando di avere di fronte una lunga lista di immobili in locazione, riportando per ciascuno le specifiche caratteristiche.
L’utente utilizzando un filtro molto semplice ( come potrebbe essere una checkbox o un radioButton ) può variare la rappresentazione dei dati e vedere immediatamente, ad esempio, gli immobili che sono all’interno di una stessa zona.
Il semplice “click” su di un filtro ha curiosamente generato un paradosso ( solo apparente ): con un minor numero di dati l’utente ha ora una maggiore informazione !
Dall’esempio si evince che i dati presenti nel modello non possono essere considerati di per sé informazioni ( nell’accezione più rigorosa del termine ), se non a seguito dell’intervento dell’utente che, attraverso i filtri, opera una selezione sugli stessi ( nell’esempio specifico realizza un clustering dei dati ).
La formazione degli infovis designer
Come sappiamo, il lavoro del VisualDesigner vi sono anni di esperienza e delle letterature piuttosto consolidate.
Non avviene altrettanto, invece, per quanto concerne la definizione delle pratiche e degli strumenti che un Infovis Designer deve conoscere per poter svolgere correttamente il suo lavoro.
In questo particolare contesto si manifesta, quindi, un bisogno: quello di formare, promuovere e alimentare una cultura del progetto infovis-oriented che, in Italia, trova espressione solo in pochissimi volenterosi centri di ricerca, spesso troppo legati alla sola dimensione “informatica” del problema.
E’ interessante notare come, invece, in altri paesi ( USA, Australia, Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra, Svezia ) la cultura della Visualizzazione interattiva delle informazioni preveda, già dai primi anni ‘90, dei precisi percorsi formativi e che sempre di più si sta intrecciano con le discipline HCI.
La ripercussione di tutto si manifesta sul territorio, con una discreta densità di imprese e professionisti che erogano servizi e prodotti legati al mondo dell’infovis, e nella produzione di tecniche che vengono poi “prestate” a situazioni diverse ( si pensi al treeMap o al fisheye ).
Risorse utili
http://www.mentegrafica.it







