Capire e progettare la rappresentazione dell’informazione
July 10th, 2006 di Leandro Agroin botta, gui, information architecture, visual design | Letture: 2889
Mi è capitato tra le mani un prezioso libro di design. Un raro -rarissimo- esempio di buona editoria e buoni contenuti. E per di più, a parlarmene è stato lo stesso autore: Massimo Botta (un passato in Domus Academy e Philips Design).
Il libro si chiama semplicemente “Design dell’Informazione” e risponde alla domanda:”Quali sono le problematiche che ricorrono nella progettazione di un sito web, di un sistema di visualizzazione dell’informazione, insomma, di qualsiasi sistema informatizzato dotato di un’interfaccia grafica?”
Ebbene SI. C’è anche la risposta.
Una teoria dell’informazione che cerca di definire un quadro unitario utile alla progettazione di qualsiasi sistema comunicativo informatizzato, attraverso l’individuazione di una serie di tassonomie che riducono il panorama dell’ICT ad un numero limitato di categorie di uso pratico.
Questa -di fatto- è la risposta contenuta (in modo molto concreto ed articolato) nel libro. Ma ricominciamo dall’inizio, ovvero: dal prezioso libro di design esempio -rarissimo per l’Italia- di buona editoria e buoni contenuti.

In un’epoca di editori italiani che sono puntano tutto sul mercato dei diritti di traduzione, un editing di basso costo, ed una stampa di basso pregio, Valentina Trentini -piccole editore del NordEst- ha avuto la sfrontatezza di stampare TUTTO A COLORI un libro formato quasi A4 e di oltre 270 pagine e quasi 300 immagini! Lo dico senza indugi: Il libro è un oggetto di culto anche dal punto di vista meramente tipografico.
Uno di quei libri che -tipicamente- arrivano in Italia soltanto dentro al pacco marrone con l’adesivo AMAZON sull’esterno!


Ma le somiglianze con l’esperienza di acquisto “in stile amazon” non finiscono qui.
Ancora prima di leggere una sola riga, lo sguardo viene appagato dallo sfogliare il libro. Le sensazioni sono quelle che ho avuto sfogliando un classico mondiale come The Visual Display of Quantitative Information di Edward R. Tufte o il ultracolorato tomo The Atlas of Cyberspace, di Martin Dodge e Rob Kitchin.
nota: per gli appassionati del genere numero/tabella consiglio anche: Show Me the Numbers : Designing Tables and Graphs to Enlighten di Stephen Few.
Ma torniamo al libro di Massimo e cominciamo a parlare di quello che c’è scritto.
Innanzitutto c’è il “giudizio” -scritto in quarta di copertina- di Gillian Crampton Smith e soprattutto di Giovanni Anceschi. Dice Gillian “…Botta delinea la grammatica della rappresentazione dell’informazione oggi disponibile ai progettisti di sistemi informativi computerizzati”. Ci va giù ancora con maggiore forza Anceschi, che ha scritto:”…Botta, approfitta di questa remediation, per riorganizzare il campo disciplinare”.
Non male direi! Anche perché -aldilà della confezione e delle enorme quantità di immagini- parliamo di un libro che ha caratteristiche adeguate per essere catalogato come testo accademico. Certamente un testo centrale per tutti i vari corsi di Master dell’ambito interaction (anche se in questo caso dovrebbe esserne rivisto il prezzo). Insomma, una via di mezzo tra il saggio illustrato e il manuale.

Nella sua anima di “saggio”, il libro di Massimo Botta, ripercorre anche il lavoro di molti teorici come fa -ad esempio- questo brano:
Benjamin Fry (2000), accorpando gli studi e le soluzioni relative allo sviluppo di sistemi organici simulati, dall’automazione cellulare (cellular automata) di Von Neuman ai sistemi auto-organizzanti come StarLogo, con gli studi nell’area dell’Information Visualization – per gli aspetti relativi al trattamento, alla manipolazione e alla visualizzazione di dati – propone appunto un Organic Information Design, ossia l’implementazione computazionale di sistemi di visualizzazione dell’informazione, dove l’automaticità e l’autonomia del sistema sono il risultato delle proprietà organiche che ingloba. Le proprietà base di un sistema computazionale organico riguardano tre livelli principali:
- quello strutturale, ossia la capacità di aggregare elementi semplici per costruire strutture più complesse (structure), ma anche di incrementare scalarmente la propria struttura (growth);
- quello funzionale, ossia la capacità del sistema di metabolizzare i dati (metabolism), di mantenere un proprio stato di bilanciamento al suo interno (homeostasis), di reagire agli stimoli dell’ambiente (responsiveness), di adattarsi ai più diversi ambienti e stimoli (adaptation), di avere la capacità di creare altre entità simili a se stesso (reproduction);
- quello espressivo, ossia la capacità di rappresentare graficamente il proprio stato interno (appearance) e di restituirlo in termini comportamentali attraverso componenti cinetiche (movement).
Beh, a me il lavoro di Fry piace molto. E poi, da questa citazione, si comprende anche come questo possa essere un utile libro di testo per Master universitari e corsi di design di vario genere.
Forse qualcuno penserà che informazioni così approfondite -e per certi versi accademiche- possano essere TROPPO per chi fa interaction e -magari- bada anche alla scrittura di pezzulli di codice. Se SI, secondo me questo qualcuno sbaglia.
Bisogna infatti comprendere che -l’argomento del libro- rappresenta davvero un tema centrale per designer e progettisti che “elaborano e propongono” le informazioni. Questa specifica competenza è tanto più rilevante, quanto ampio è lo scostamento dalla forma fisica della rappresentazione della conoscenza, verso la sua forma virtuale. Anche perché -come scrive Massimo- “Da sempre l’uomo ha sfruttato qualsiasi spazio o superficie disponibile come supporto scrittorio per registrare e trasmettere l’informazione. Dalle pareti di una caverna agli oggetti d’uso quotidiano, da una pelle di bufalo alle vetrate di una cattedrale, la connaturata adattabilità della scrittura ad aderire a qualsiasi supporto scrittorio ci ripropone, all’interno dei sistemi comunicativi informatizzati, due modelli di organizzazione del sapere, che in realtà provvedono anche alla mancanza di certe condizioni materiali, alla virtualità del mezzo“.
Beh, a questo punto dovrei parlarvi della teoria e del TRIANGOLO che sono al centro di tutto il libro. Questo però varrebbe il prezzo di copertina e davvero non voglio farlo.
In bocca al lupo all’editore ed all’autore del libro e, per chi fosse interessato… buona lettura.
INFO SI SERVIZIO
Anche se -data la natura del libro- consiglio l’acquisto più esperenziale e fisico della libreria , qui ci sono alcuni siti dai quali è possibile acquistare il libro:
- www.aiap.it (unico con disponibilità già a luglio 2006)
- www.internetbookshop.it
- www.trentinobook.com
- www.unilibro.it
In merito a Massimo, eccovi un copia/incolla della sua short-bio pubblicata sul libro:
Massimo Botta, architetto e designer, è dottore di ricerca in Disegno Industriale e Comunicazione Multimediale. Ha lavorato presso Domus Academy Research Centre ed è stato senior design consultant presso Philips Design, realizzando ricerche e progetti per la Comunità Europea e clienti privati.
Si occupa di teoria, ricerca e design nei campi del design dell’interazione, dell’industrial design e della comunicazione visiva, sviluppando concept scenario e soluzioni strategiche sull’integrazione fra lo sviluppo tecnologico e il design di nuovi prodotti, servizi e dispositivi d’interfaccia.
Ha tenuto corsi, lezioni, tutoraggi e workshop presso Domus Academy, il Politecnico di Milano e lo IUAV di Venezia – Facoltà di Arte e Design. Per la McGraw-Hill ha curato, con Giovanni Anceschi e Maria Amata Garito, la pubblicazione L’ambiente dell’apprendimento. Web design e processi cognitivi (2006).




