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Ivrea Interaction Institute: anche in Accademia è tempo di FUSIONI!!!

June 19th, 2005 di Leandro Agro
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La strana parabola dell’interazione ad Ivrea.

Ricordo bene il mio stupore quando nacque l’Interaction Institute di Ivrea.
Mi chiedevo a che servisse visto che c’era già Domus Academy (di cui io sono sempre stato innamorato e quindi in situazione di NON serenità di giudizio).
Mi chiedevo che senso avesse fare una scuola simile nel deserto di Ivrea.
Mi chiedevo che senso avesse farla capitanare da una signora inglese che era una eminente rappresentante di una scuola di pensiero ben diversa dall’italico approccio al design dell’interazione.
Mi chiedevo perché questo nuovo soggetto dovesse avere tanto strapotere economico!

Insomma, per quanto fossi consapevole che con il contributo di Ivrea l’Interaction Design avrebbe fatto più strada, avrei preferito che si investisse per valorizzare quanto c’era e non -invece- questa "operazione di concorrenza" che potenzialmente ha rischiato di far chiudere entrambe le scuole.

Con il passare del tempo…
Gillian Cramptonha dato all’ Interaction Institute di Ivrea una connotazione sempre più da "smanettoni tra arte tecnologia e design" che non quella del "concept a tutti i costi" che si sviluppa anche oggi in Domus.
Le due scuole erano dunque sufficientemente diverse per approccio, location e durata dei corsi da giustificare l’esistenza di entrambi gli istituti.

Io, pur non riuscendo "a pelle" ad avere una simpatia per Ivrea, mi sono sforzato in tutti i modi di farmela piacere. Mostre, congressi, exposizioni in Triennale, etc. Tutto mi sapeva di "già visto", ma pregavo che durasse perchè -comunque- avrebbe portato ad una maggiore diffusione di quell’approccio "umanistico" alla tecnologia che io perseguo da tutta la mia vita professionale.

Ma quanto poteva durare?
Domus e Ivrea hanno praticamente gli stessi azionisti: Figli e figliastri di Pirelli che sono più noti per la loro capacità di chiudere attività e stabilimenti che non per la lungimiranza in campo tecnologico.
Certo, stavolta ci hanno messo tutta la buona volontà nell’attendere che Ivrea portasse risultati di un certo tipo. Ivrea faceva invidia per la quantità di denaro di cui disponeva! L’ Explorer Club era stracolmo di personaggi da hit-parade. Docenti residenti ed in visita giungevano dalla California e dall’Inghilterra con quotidianità disarmante. Grandi esposizioni venivano realizzate con ampiezza di mezzi e -in qualche caso- si sarebbe persino potuto dire che c’era stata una "esagerazione".

Io ricordo con piacere e riconoscenza il fatto che Idearium sia stato invitato alla confernza Foundation of Interaction Design, ma sarei andato anche senza che l’autista mi venisse a prelevare sottocasa (a Milano). In fondo, cena e albergo sarebbero stati sufficienti.

L’errore di Ivrea
Visto che oramai si sa che Ivrea non farà una bella fine, si può far la parte di coloro che dicono "l’avevo detto" ed io intendo farlo.
Secondo me la dirigenza di Ivrea non ha ben compreso chi erano i loro azionisti, ma sopratutto io ritengo che ci sia stato un GRAVE ERRORE STRATEGICO.
Ivrea NON ha vissuto la propria location geografica come un limite ed ha guardato ai propri confini come a quelli del pianeta stesso.
Ciò l’ha allontanata da Milano (Capitale mondiale del design), dalle community italiane (Idearium?), dalle scuole italiane di altro ordine e grado (dove sono le collaborazioni con Atenei e con il tessuto "locale" di Ivrea), non ha mai dato priorità a ciò che era italiano (neanche negli studenti) e quindi… HA FALLITO la missione di costutuire per la città di Ivrea una alternativa a quel polo Olivetti che tanto lavoro e tante soddisfazioni aveva portato.

Insomma, non è vivendo la propria avventura come la costituzione di UN TEMPIO sul monte che l’istituto di interazione di Ivrea poteva determinare la sua insostituibilità. E così è stato.

Così, quando a protestare c’erano gli operai delle fabbriche, allora è stato creato l’Istituto di Interazione. Ora che sarà l’Istituto a chiudere, nessuno dice nulla!

Ma c’è da protestare?
Ivrea chiude nel silenzio più assoluto. Io ritengo di essere il primo che ne ha scritto su Internet. Al punto di essere stato "interrogato" più volte sulla natura e la provenienza delle mie asserzioni in merito.

Proprio per questo, intanto meglio dire quali sono i fatti.
- Qui trovate la versione ufficiale di Ivrea.
Ora che vi ho segnalato questa URL, tornate in home e provate a ritrovarla. …quando si dice che non è che lo strillino forte questo discorso del TRASLOCO A MILANO!

Ma ci sono anche delle altre voci che andrebbero ascoltate. Ecco una piccola testimonianza di quella GirlWonder che a me era proprio sembrata una tipa in gamba. …certo mi sono chiesto perchè una californiana doc avesse deciso di trasferirsi nel fantastico Piemonte, ma questi sono i miei soliti discorsi filo-usa.

Ma non voglio tediarvi con professori che si vedono costretti ad abbandonare o con versioni ufficiali. Per farmi una mia idea preferisco partire da chi -almeno in teoria- ha libertà piena di parola: John Thackara.

Questo è il suo commento:
INTERACTION IVREA MORPHING
A brutal policy change by its main sponsor, Telecom Italia, has forced Interaction Design Institute Ivrea to move to Milan and effectively merge with Domus Academy. The two organizations describe the move stoically as "a great opportunity for growth", but the fact remains that the Ivrea team will be broken up and funding for the combined entity drastically reduced. Telecom’s decision is short-sighted and represents a stupendous destruction of value: It is breaking up a hub, five years in the making, for a new community of practice in a subject area strategically crucial for telecoms.

La grande sfida
C’è così tanta qualità in posti come l’ EX Istituto di Interazione di Ivrea o Domus Academy, che nessun tagliatore di costi potrà mai definitivamente distruggere tutto.

La dedizione delle persone che hanno fatto Ivrea o DA alla fine sapranno davvero trasformare questo MERGE forzato in una opportunità di vita e di evoluzione. …e non lo faranno certo perché così piace a dirigenti "ciechi e lontani". La gente di DA e di Ivrea farà di tutto per ottenere il meglio da questo merge semplicemente perché questa è la loro natura.
Io credo che sia così, anche perché questa è la gente che mi ha insegnato ad essere un costruttore di mondi. Ed io sono certo che riusciranno a trovare una via comune per far evolvere questa materia strana che è il design dell’interazione. …e l’opportunità/necessità di far evolvere questa disciplina c’è tutta!

MAKE GENERATION
Nella visione dell’ex Interaction Institute di Ivrea, il MAKING ovvero la prototipazione di oggetti funzionanti era la regola. in DA il focus è invece sempre stato sul trovare il concept più ampio, innovativo e sensato possibile. Dalla fusione di questi due mondi nasce l’opportunità di partecipate al nuovo filone che sta scuotendo le fondamenta della tecnologia fai-da-te, quella del making alla Torrone che è stata perpecita ed imbottigliata a tempo di record dai geni della O’Reilly.
Il nuovo WIRED è qui, e si chiama MAKE!
Un nuovo "Negroponte" potrebbe anche essere il giovane Phil Torrone: pubblicitario pazzo per i robot.
La nuova cultura è quella del re-mixing tra circuiti stampati e software fatto in casa.
Se a tutto ciò si riuscisse anche a dare un senso progettuale, allora potremmo tentare di non procedere per sole prove ed errori (come fanno su MAKE), bensì di realizzare un pezzo del mondo che mille progetti già esistenti in Domus Academy hanno più volte tracciato.

Certo è un peccato doversi ritrovare ad inseguire anziché avere avuto la capacità di anticipare e mettersi alla guida guida di questo processo. Ma che volete farci? Ne Milano, ne tantomeno Ivrea stanno in California. Nessuno crede davvero nella capacità dell’Italia di fare innovazione (e qui sarò personalmente felice di deludere un sacco di gente) e -purtroppo- è facile che nessuno riavrà in futuro i soldi che Ivrea ha avuto! …e non so inquanti avrebbero comunque dato ascolto all’oramai quarantenne fondatore di Idearium che -da anni- parla di una strategia per l’innovazione del Paese Italia che riparta proprio dal design dell’Interazione.

Conclusioni
Credo che non si possano tracciare delle conclusioni senza far riferimento a quel PROGETTO ITALIA che di fatto l’ente padrone di molte delle strutture hi-tech italiane.

…non c’è nulla che io possa dire su Progetto Italia che -brutto o bello che sia- meno male che c’é, perché senza sarebbe MOLTO peggio. Però ci tengo a proporvi un copia/incolla dal loro sito:

L’ Associazione Interaction Design Institute Ivrea, presieduta dal Senatore Franco Debenedetti, è uno dei migliori esempi dell’impegno di Telecom Italia nell’ambito della formazione d’eccellenza. L’IDII, infatti, introduce un nuovo approccio culturale, teso alla formazione di futuri progettisti di nuovi media e strumenti tecnologici destinati alla comunicazione, all’automazione e all’uso quotidiano: l’Interaction Design.

Inutile commentare i BOLD: li capite da soli!!!
…Ma in soldoni il presente e futuro dell’ Interaction Design è in mano ad una "associazione" e ad un "senatore". Accidenti, rispetto alla mia idea di innovazione basata sull’ID, siamo proprio in una botte di ferro!!!

La speranza è dunque risposta nell’immensa qualità umana e professionale delle persone che FANNO queste due scuole, nonché nella missione che Progetto Italia COMUNQUE riconosce al design dell’Interazione.

Nel frattempo, che "mamma Pirelli" ce la mandi buona.

One Response to “Ivrea Interaction Institute: anche in Accademia è tempo di FUSIONI!!!”

  1. victor Says:

    Nel passato ho lavorato per la Domus Academy. Ma pure ho visuto in parte l’esperienza eporediese. Ho lavorato insieme a loro.

    Eporediese come ben saprete si chiama cio che proviene d’Ivrea, anticamente chiamata ‘Eporedia’ per allusioni forse al punto d’incroccio (o di radduno) dei messageri a cavalli, e dei cavalli stessi dopo.

    Ed e’ cosi’ come ricordo Ivrea, e l’IDII. un’enorme punto d’incroccio.

    Si, punto d’incroccio di cose talmente dissimili, diverse, strane, inconcepibili. incroccio del deserto d’Ivrea con dei bel diversi studenti, idee, direttori e direttrici, metodi, risultati, opinioni eppure punti di vista.

    Ma, secondo a me, e proprio cio’ che ha dato valore alla esperienza eporediese dell’IDII.

    Fuori la fortissima ma al tempo sparita influenza locale della grandissima Olivetti (piu’ la non sparita presenza dello suo fantasma, oggi rivissuto dalle cenere), ad Ivrea non ci sono state forti raggioni legate al Design che potessero giustificare tale impressa. Eppure e’ stata una bella sfida, riuscita a provare che il design, secondo a me ed altri, e’ uno stato mentale.

    Tale come se fosse un manicomio, o un aeroporto ed un monastero (come venne ben descritto per tanti di quei che l’hanno visitato), l’IDII ha riuscito a spaventare scaramanzie che lo contavano tra i morti, gli inutili, i leprosi, a forza di produzione costante ed estrema, tanto dissimile che risultava assurda agli occhi di molti.

    E bene, forse non ha saputo invertire tutte le risorse a sua disposizione, no ha saputo creare una idiosincrazia, una filosofia nuova dentro di un campo ancora in nascita. E bene secondo a qualcuno. Ma e’ riuscita a chiamare l’attenzione di tutti quanti (e qua non parlo d’Italiani, statemi stretti; parlo di mondi diversi, talmente diversi come quei ‘estracomunitari’ o quei dei paesi in sviluppo), e riuscita di farsi vedere, e riuscita di fare parlare.

    Forse ho una visione troppo naïf, ma secondo a me l’IDII ha fatto una marca nel mondo del Interaction Design, a forza di spendere soldi in tecnologia, in dissertazioni, conferenze e congressi, in riicerche e progetti dove si coniugava la tecnologia come agegio con l’idea come punto di sforzo progettuale.

    E se qualcosa ha ereditato del modelo Italiano, e stata proprio la visione del progetto come prodotto, il parlare attraverso gli oggetti, gli aggeggi, la costruzione del paradigma.

    Forse non molto da dire, ma qualcuno doveva dirlo, e servira per tutti, giacche’ apre un discorso fedelemente polemico, ma proprio polemico per essere credibile, o almeno consumibile.

    Il mondo dell’Interaction Design e pieno di discorsi vacuii, vuoti, pieni di parole che suonano bene, e fanno tanto senso. Ma purtroppo e particolarmente vuoto di prove tangibili. E qua parlo molto apertamente, non considerando la situazione come Europea, neppure come plausibile.

    Alla fine, si puo dire che non e tanto una questione di qualita’ come di consistenza, di allineamento, d coerenza, di ricerca pura (sbagliata o no) in un campo ancora in culla, messo dalle mani di una cultura che non sa (ancora, purtroppo ancora) cosa farne di cio’, oppure come.

    Ed ancora ci sara’ da dire, sicuramente. Va bene. Parliamone.

    Scusate il mio Italiano, e da tanto che non lo scrivo…

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Leandro Agro

Leandro Agro
Founder of Idearium.org, the first Italian eZine/community for UX designers, and co-producer of the Interaction Frontiers conference. Design & Vision Director at Kallideas Spa + Partner at SrLabs Srl. Leandro has more than 12 years of experience as an interaction designer and manager of IxD teams. He specializes in next generation user interfaces that provide human-like interaction with intelligent virtual assistants. At Kallideas, in Milan, Italy, Leandro is providing detailed specifications for the behaviors of such virtual assistants, including gesture, language, and social skills; defining emotional models that let these assistants respond to the moods of users; and designing visual user interfaces and voice-recognition systems. Before joining Kallides, Leandro was Advanced Design Director at the innovative startup SrLabs, where he focused on eyetracking for the usability market. While there, he led a design team that created the first hands-free, multimodal GUI with voice and gaze input. . Previously, he was co-founder and Vice President of a large eConsultancy with offices in Milan and Boston. Leandro studied interaction design at the Domus Academy, in Milan, Italy. He is actively involved with the Milano Bicocca University, TorVergata University, and others. Leandro is a prolific writer on topics from IxD, usability, and UX to natural, multimodal user interfaces. http://www.leeander.com
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