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Jef Raskin ovvero “Elogio del poco ma eccezionale”

March 20th, 2005 di Matteo Penzo
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Esistono persone che – durante il corso della loro vita – affiancano alla propria professione quella di autore prolifico. Nel mondo della tecnologia l’elenco e’ talmente lungo da rendere assolutamente superflua la sua pubblicazione in queste righe.

Esistono persone che – durante il corso della loro vita – affiancano alla propria professione quella di autore prolifico. Nel mondo della tecnologia l’elenco e’ talmente lungo da rendere assolutamente superflua la sua pubblicazione in queste righe.

Ci sono poi altre persone che – pur non essendo prolifiche in termini di quantità di parole pubblicate e rilegate lo sono piuttosto in termini di qualità. Persone con all’attivo solo uno o due pubblicazioni, ma di quelle che

  • lasciano il lettore a bocca aperta ad ogni girata di pagina
  • fungono da fertilizzante per la mente di chi legge

p>Jef Raskin appartiene a questa seconda categoria. Una ricerca per il suo nome all’interno delle pubblicazioni di Amazon (che – concedetemelo – sono parecchie) dà come risultato tre soli volumi. Due antichissimi manuali sul Basic e sul Pascal per Apple(che varrebbe la pena di leggere solo per ricordarci come eravamo da piccoli) e l’immortale “The human interface” (o “Interfacce a misura d’uomo” che dir si voglia).

In questo articolo vorrei approfondire quelle tematiche che piu’ mi hanno colpito durante la lettura del volume. Tenete presente che il pensiero di Raskin sull’interazione uomo-macchina e profondamente radicale e puo’ essere riassunto in questa frase: “I computer sono bravissimi a fare tutte quelle azioni ripetitive che annoiano gli uomini. Quindi dobbiamo trasferire a loro tutti questi task”. Pensiero che condivido al 100%. E’ da quando avevo 9 anni che attendo un mondo dove un mio desiderio (ad esempio “bere spremuta fresca ogni Sabato mattina”) viene eseguito in automatico da un’automa (operazione che in questo caso si tradurrebbe nella serie di comandi “verifica presenza arance; se assenti ordina e attendi consegna altrimenti continua; spremi arance; riempi bicchiere”. Un semplice – ma efficace – algoritmo che avrebbe come input delle arance fresce e come output la mia piu’ profonda soddisfazione di trovare una spremuta fresca al mio risveglio senza aver mosso un dito.

Non siamo molto distanti da questo traguardo (alcuni di voi potrebbero affermare che in realta’ l’abbiamo raggiunto e superato) ma quando veramente il mio computer di casa potra’ esaudire qualsiasi mio desiderio, imparando ad interpretarlo semanticamente e a trasformarlo in una serie di azioni-reazioni (o di algoritmi, se preferite)… beh… quando ci arriveremo sarà anche per merito delle persone come Jef.

Bouncing homepage

Esistono alcune tipologie di siti che per natura dei propri contenuti favoriscono una lettura reiterata delle proprie pagine. Il che significa innanzitutto il dover reperire il contenuto di proprio interesse, iniziare a leggerlo e sperare di non essere interrotti ad ogni visita da altri richiami alla nostra attenzione (es. andare a controllare che la pasta che avete sul fuoco non scuocia o sperare che – almeno questa volta – la versione stra-beta del browser installato non crashi nel bel mezzo della vostra lettura) perdendo così di vista il contenuto originale.

Diciamocelo chiaramente: internet e’ troppo golosa perchè si possa limitare il nostro interesse ad un solo articolo (spiegatemi senno’ il motivo per cui amo cosi’ tanto la possibilità di Firefox di fare del tabbed browsing). Siamo diventati dei lettori multi-tasking e il nostro cervello si occupa di spostare nel background attentivo le letture meno interessanti.

Mi e’ capitato piu’ di una volta – grazie a questo continuo saltare da un sito all’altro – di perdere di vista l’articolo che inizialmente aveva richiamato la mia attenzione e di non riuscire piu’ a ritrovarlo nonostante ricordassi il sito su cui si trovava .

Raskin sostiene che un sito non debba avere una sola homepage. Ma una serie infinita di homepage ognuna corrispondente all’ultima pagina visitata da ogni singolo utente sul sito. Ogni volta che ritorno su quello stesso sito a prescindere dalla url digitata vengo ricondotto automaticamente alla ultima pagina da me visualizzata durante la visita precedente. E’ il sito che si ricorda di me , non viceversa (e credo siamo tutti concordi nell’affermare che i computer sono molto piu’ bravi degli umani a ricordare).

Qualcuno potrebbe obiettare che cosi’ facendo perderei la possibilità di mostrare ai miei utenti gli utlimi contenuti pubblicati; beh, la homepage e’ sempre alla distanza di un click a prescindere dalla profondita’ a cui mi trovo, no?

Sparizione dell’ ok

Si diceva che gli esseri umani odiano compiere azioni ripetitive. Aggiungiamo a questo punto che odiamo anche rispondere SI quando SI è l’unica risposta possibile. Ricordo che alle lezioni di grammatica alle scuole medie mi insegnavano che era sciocco e inutile rispondere ad una domanda retorica (che e’ – per l’appunto – una domanda di cui si conosca gia’ la risposta).

Esempio di alert trasparenteDato questo per assodato credo che molto si staranno domandando quale mente malata abbia potuto pensare il malefico comando alert di JS: un comando che richiede un solo tipo di interazione da parte dell’utente e che ha sempre lo stesso valore: OK.

In passato qualche anima goliarda aveva anche creato degli script che intrappolavano l’utente in una serie pressoche infinita di click sul bottone OK; e questo esempio da solo basta a rivelare l’inutilità di un tale comando.

Quando l’utente ha una ed una sola possibilità di interazione col sistema non è necessario richiedere l’intervento umano. La macchina se la cava benissimo da sola.

Ed ecco quindi che i famigerati alert potrebbero essere sostituiti da finestre di alerting (perdonate il gioco di parole) che abbiano le seguenti caratteristiche

  • scompaiano automaticamente senza richiedere l’interazione dell’utente qualora questi non prenda decisione alcuna
  • scompaiano automaticamente non appena l’utente compia qualsiasi azione che il sistema possa ritenere decisiva o risolutiva dell’evento che abbia generato l’alert
  • siano trasparenti in modo che l’utente non perda di vista il contesto dell’interazione (es. il riempimento di un form)

Questo è quanto afferma Raskin e come utente e progettista di interfacce non me la sento proprio di smentirlo.

Fitts’ law

Mi sono gia’ occupato in passato di questa legge proprio su queste pagine: colpire un oggetto grande e vicino richiede meno tempo e meno sforzi che colpire un oggetto piccolo e lontano.

Jef Raskin ha applicato questa legge al momento della progettazione del primo sistema operativo Macintosh. Il menù di programma dei Mac si trova ancora oggi alla estremita dello spazio di interazione dell’utente, oltre non si può andare.

Selezionare il comando file all’interno delle applicazioni Windows significa mirare e accuratamente cercare di colpire un’area di pochi pixel. compiere la stessa azione su di un sistema Mac si traduce nel semplice spostamento verso l’alto del puntatore in una predefinita area dello schermo. Devo limitare la mia mira al solo asse X potendo tralasciare completamente l’asse Y e dimezzando cosi’ il mio carico cognitivo.

Tradurre la legge di Fitts sul web significa – ad esempio - aumentare l’area sensibile di un link. Una scritta che occupi un’area di 10×30px ha – come link – bene o male la stessa area sensibile (300px2), ma abbiamo oggi la possibilità di fare in modo che la stessa scritta abbia un’area sensibile maggiore (ad esempio 600px2) facilitando cosi’ il compito ai nostri utenti.

Ho cercato piu’ volte di applicare questa legge alle interfacce da me progettate utilizzando alternativamente sia Macromedia Flash che Xhtml . Riporto qualche esempio:

Concludendo

L’interazione uomo-macchina è oggi un campo che gode di una verginità atipica nel mondo scientifico. L’applicazione delle teorie di HCI è materia se possibile ancora più inesplorata. Il libro di Raskin (non me ne vogliano altri autori parimenti ispiranti) inizia a fare percepire la presenza di una luce in fondo al tunnel, ma sono i progettisti e gli sviluppatori che ogni giornano affrontano le difficoltà quotidiane che potranno farci arrivare al punto di origine di questa luce.

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Matteo Penzo

Matteo Penzo
Matteo si occupa di progettare artefatti multimediali centrati sul valore inteso come punto di incontro tra benefici per l'utente e obiettivi di business del cliente. In quest'ambito ha spaziato da applicativi per cellulari GPRS/UMTS, Rich Internet Applications, Entertainment software basati sul protocollo 802.11 e web applications. Pubblica - con assoluta irregolarità - pensieri e articoli su matteopenzo.it. A Marzo del 2003 ha creato il magazine Flashability: interamente dedicato alle tematiche legate alla User Experience nel mondo Macromedia Flash. E' docente del corso di Interaction Design nel Master in Informatica per Umanisti dell'università Milano Bicocca. E' autore di articoli divulgativi in ambito HCI e User Experience. In ambito UX Matteo e' Ambassador per il Chapter italiano di UXnet.Short bio (English) (PDF - 13KB)Curriculum vitae
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