Ron Arad. Cose di cui la gente non ha veramente bisogno
November 2nd, 2004 di Paola Ruotoloin Ron Arad | Letture: 9082
Un titolo seducente che strizza l’occhio ad un valore estetico identificativo del nuovo sentire: personalizzazione, soggettività, desiderio, sogno, costituiscono il nucleo generativo di un’attuale, inedita modalità di trasformazione ed interpretazione dell’ambiente. Protagonista del libro è Ron Arad. Attraverso i suoi occhi Deyan Sudjic compie un’interessante viaggio nel mondo del design contemporaneo.
Le immagini che integrano l’articolo si riferiscono all’evento:
Bodyguards, Ron Arad Associates, Milano, Italia (© 2007 Ron Arad Associates)
In un racconto disinvolto e puntuale Deyan Sudjic ripercorre gli ultimi venti anni della storia del design con un partner d’eccezione, una personalità carismatica e indipendente che, ineluttabilmente, conduce ad indugiare, di tanto in tanto, in toni epici e celebrativi. Ma al genio di Ron Arad questo si può perdonare.
I materiali, le tecniche, l’ingegno individuale, il fascino dell’industria e dell’intuizione imprenditoriale acquistano particolare forza comunicativa dalle singolari linee caratteriali di quest’uomo: poliedricità vivace e accattivante, vocazione all’atto creativo che preconizza e sorprende, rapporto tattile con la materia e la forma, sguardo autonomo, mai scontato, e, soprattutto, brama di realizzare un’idea abbrancandosi a procedimenti d’avanguardia, forzando la sperimentazione.
Ron Arad inizia il suo percorso d’arte progettuale dal fantasioso riuso dei Kee Klamp, passando ben presto alla fisicità del contatto corpo a corpo con l’acciaio saldato, in una perpetua agitazione ispirata che approda instancabilmente su nuove sintassi e strutture d’azione sempre più elaborate. Il jolly nella manica è la sua innata apertura mentale, in modo speciale verso tutto ciò che può essere tramite tra prefigurazione e concretezza del manufatto: egli rifugge, quindi, ogni pedante tracciamento di confini nell’espressione di una volontà creativa ed è, per indole, magneticamente attratto dal fine cambiamento funzionale.
Dopo l’ideazione dei primi laboratori, Ron Arad si affranca gradualmente dalla pur affascinante commistione di languida verve artistica e dura fatica materiale, appropriandosi di tecnologie evolute e versatili, fino a raggiungere in B.O.O.P - Blow out of Proportion - “la condensazione di un pezzo di cyberspazio liquido”.
I suoi “gioielli”, di essenza e tratto molto eterogenei, sono accomunati da una gioiosa esplorazione dello spazio che spesso “gioca con le percezioni visive e tattili per distorcere e camuffare, manipolare e creare aspettative, negare l’evidenza fornita dai sensi, ingannare la percezione”.
Spettacolare in questo senso l’istallazione per la Fondation Cartier, “sbalorditivo disgregante spaziale” in diretta affinità concettuale con l’architettura di Nouvel: 40 sinuosi tavoli in acciaio lucidato a specchio producono una disorientante risonanza di “pozze abbaglianti di metallo liscio”, dentro cui figura e fondo s’invertono ed ogni canonica coordinata volumetrica viene smembrata.
Fatta eccezione per l’Amiga House, Ron Arad, nell’appressarsi alla progettazione architettonica, tende a costruire un oggetto nell’oggetto, una forma indipendente che “si posa” in un sito preesistente, moltiplicandone la godibilità, non solo in termini pratici, ma anche nella plastica ed imprevedibile metamorfosi visiva e “cinetica”. Basti pensare al Foyer dell’Opera House di Tel Aviv ed al geniale “scafo concavo” sospeso al soffitto della Piper House.
Tra le sue opere ricordiamo: Spazio Metals bar (1992), morbida incarnazione metallica di un segno pittorico, le cui “curve lucide” si vestono di “una curiosa inconsistenza”; The Bookworm shelving per Kartell (1994), venduta a chilometri, “sistema di scaffalatura che, per la prima volta, ignorava la tirannia della linea retta”, attestandosi come “una forma calligrafica”; Tom Vac chair (1997), vibratile corolla ondulata, prodotta dapprima in alluminio ed in seguito in plastica pressofusa by Vitra (1999).
Ma sono innumerevoli le sue creazioni ed ognuna è legata ad un aneddoto e ad un’autentica invenzione, piacevolmente rivelata e tratteggiata da Deyan Sudjic.
Deyan Sudjic, “Ron Arad. Cose di cui la gente non ha veramente bisogno”, Postmedia Books, Milano, 2003.
Descrizione fisica: 112 pp., 82 ill. a colori. ISBN 8874900090.
Prezzo: € 16.00.
Contatti: Postmedia Books, via Lampugnano, 125 - 20125 Milano, tel. 02.4525221, fax. 02.40910604.
Web Site: www.postmediabooks.it.










January 4th, 2007 at 12:55 pm
A che periodo si potrebbe ricollegare Ron Arad in storia dell’arte?