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For FAKE of simplicity ovvero: la ri-creazione dello spazio fruibile

October 11th, 2002 di Franco Papeschi
in , | Letture: 4876

Perché
alcuni antropologi sono scettici nei confronti dei luoghi della modernità ?
Cosa è un non-luogo? Come sono progettati gli spazi in cui viviamo ed all’interno
dei quali ci muoviamo? E’ proprio comoda un’

Lo
spazio fisico, nella contemporaneità , è stato più volte dilatato, ristretto[1],
stiracchiato come elastico in balia di bambini. Ma il suo uso non sempre è
stato perfetto, soprattutto fino a quando è stato considerato completamente
separato dall’individuo che lo usa e lo vive. Come ha ben evidenziato
l’antropologo Marc Augé[2],
nel mondo contemporaneo lo spazio viene utilizzato troppo spesso per creare dei
non-luoghi, anziché dei luoghi; vediamo cosa significa.



COSA IL LUOGO E’?

Il
“luogo” è una costruzione sia concreta, sia simbolica dello spazio, che ha tre
caratteristiche fondamentali: è identitario, relazionale e storico. Identitario
nel senso che ogni individuo che lo usa, ne risulta influenzato nella propria
identità personale (ad esempio, in Africa accade che un bambino nato al di
fuori del villaggio prenda il nome di un oggetto che era nelle vicinanze del
luogo dove è nato); relazionale in quanto più persone che traggono parte della
loro identità da un luogo tenderanno a relazionarsi, fino a creare delle
identità condivise. Storico, infine, il luogo lo è di necessità , dato che –
coniugando identità e relazione – esso si definisce a partire da una stabilitÃ
minima; coloro che vi vivono, possono riconoscervi dei riferimenti, che non
devono essere oggetto di conoscenza (qualcuno sta pensando alla distributed cognition,
ed all’esternalizzazione delle conoscenze? Bersaglio colpito). Con storico non
si intende parlare di “luoghi della memoria”, che congelano ciò che gli
individui non sono più, anzi, “il luogo antropologico vive nella storia, non
fa la storia
[3]. Concretamente,
si può parlare di crocevia in cui gli uomini si incontrano e si riuniscono, di
centri più o meno monumentali, religiosi o politici, che definiscono a loro
volta spazi e frontiere al dilà dei quali altri uomini si definiscono come
altri in rapporto ad altri centri ed altri spazi.

LA SURMODERNITA’ E’ LA
SURMODERNITA’ E’ LA SURMODERNITA’ E’ IL
NON-LUOGO

Ora, la
sur-modernità – la modernità in cui c’è l’eccesso esplosivo dello spazio, del
tempo e dell’ego – tende a cancellare questi luoghi identitari, relazionali e
storici. Augé riprende un concetto di De Certeau[4],
e definisce Non-luogo proprio uno spazio che abbia le
caratteristiche opposte, di non identitarietà , non storicità e non
relazionabilità ; i luoghi antichi, precedenti, non vengono integrati, ma
repertoriati, espulsi e classificati come luoghi di memoria, che occupano
riserve circoscritte ed un po’ fuori luogo. Proliferano vie aeree, ferroviarie,
autostradali (in che luogo siamo quando siamo sull’autostrada? Non esiste modo
di divagare, di uscire dal flusso[5],
se non in punti in cui qualcuno ha pensato per noi); proliferano catene di
alberghi, di ristoranti, di musei (quando entro da Pastarito Pizzarito, sono a
Firenze, a Milano? E quando sono seduto da McD?).

Per
fortuna, nessun non-luogo esiste in una forma pura, così come nessun luogo;
piuttosto si possono prendere come due concetti estremi che nella realtà si
ibridano sempre un po’, si sporcano l’uno con l’altro in tutte le tonalità del
grigio. L’uno non si compie quasi mai, e non cancella l’altro. Ma, mentre i
luoghi creano un tessuto sociale organico, i non-luoghi creano una
contrattualità solitaria: chiunque abbia divorato libri di fantascienza, o
guardato Metropolis, avrà avuto sensazioni simili. Certo, la finzione non è
realtà , ma solo l’ombra che di essa proietta la luce del passato (frase forse
un po’ troppo altisonante, che voleva dire che si pensano scenari futuri
pensando alle evoluzioni del passato).

Non
solo: cosa forse più interessante è il fatto che la natura stessa dei non-luoghi
rende molto più difficile l’orientamento al loro interno, e di conseguenza
l’usabilità . Un ospedale di una qualsiasi grande città lo può testimoniare, con
persone che magari vivono in quello stesso quartiere dove sorge l’edificio, ma
che appena vi entrano si sentono impotenti di fronte alla perdita di punti di
riferimento tipici nella navigazione degli spazi.

RIMEDI?

All’opposto,
una progettazione dei luoghi basata sull’Experience Design
sembrerebbe risolvere i problemi dei non-luoghi, fornendo loro una storia,
seppure ricostruita ed artificiale; L’Hotel Luxor di Las Vegas ripresenta una
identità precisa, e fa riferimento ad una storia, anche se è il richiamo di un
altro spazio, un link ipertestuale di un luogo, che di suo è un luogo di
memoria. L’experience design crea dei totem attorno a cui far ruotare
l’orientamento e la fruizione di spazi, ma – nel suo tentativo di fornire
un’esperienza immersiva – ne crea troppi. Las Vegas è posto di perdizione
(moralismo strisciante?) ma è anche posto dove perdersi nei troppi punti di
riferimento. Come l’eccesso di informazione porta solo rumore, una ri-creazione
totale, barocca del mondo egizio non permette di vivere lo spazio “come se..”

fossimo in Egitto. Lo spazio, per essere veramente fruibile deve basarsi su
come viene esplorato e fatto proprio dall’uomo.

Edward
Hall, nel suo libro “La
dimensione Nascosta”
, fa notare come le varie culture vivano gli spazi in
maniera differente, e come si orientino in modi diversi. Ma alla base delle
differenze, appare un denominatore comune: quello della scomposizione dello
spazio in centri e percorsi, in punti e linee, in path e marks. E’ da qui che,
a mio avviso, bisogna partire per progettare gli spazi, affinché siano luoghi
fruibili: creare dei centri attorno a cui permettere relazioni di identità , e
attorno a cui cresca una storia. Ma non crearne tanti da sovraffollate di stimoli
chi ne usufruisce.

Un
esempio utile lo voglio trarre proprio da Hall, il quale cita una ricerca fatta
da Sommer in un ospedale. Sommer si accorse che il nosocomio in questione era
pieno di spazi in cui le persone – pur vicine – tendevano a rimanere nell’isolamento
reciproco, dei veri e propri Spazi di Fuga Sociale.







Analizzandone uno,
un reparto di geriatria, constatò che tutto era stato progettato secondo
criteri logici, rispettando tutte le esigenze tipiche di un ospedale e – potrei
dire – tentando di ricreare totalmente l’ambiente prototipico (potremmo quasi
parlare di experience design, se non fosse che l’esperienza da far vivere è
quella che effettivamente le pazienti stavano vivendo). Il problema era che le
ricoverate, più vi rimanevano, meno erano disposta a chiacchierare tra loro,
deprimendosi e “diventando quasi dei mobili”. Non certo una condizione ideale
per chi già non è in perfetta salute. Approfondendo, Sommer scoprì che gran
parte del problema era risolvibile attraverso una re-disposizione dello “spazio
semideterminato”, quello che viene individuato dai mobili e da qualsiasi cosa
che possa essere spostata, ma non con eccessiva difficoltà ; in particolare il
problema era relativo alla disposizione della sedie attorno ai tavoli, che
permettevano solo relazioni “distanti”. Senza dilungarmi ulteriormente nella
spiegazione, per cui rimando al libro citato, cercherò di trarne delle
conclusioni.

S-CONCLUSIONI

E’
subito evidente che riveste una vitale importanza il concetto di centro, di un
mark del territorio attorno al quale si possano creare relazioni; un tavolo
permette questo solo a certe condizioni, solo se è possibile usarlo appieno.
Nella progettazione di spazi che siano luoghi, e non solo contenitori di
persone, è necessario considerare tutto questo. E non bisogna spingersi verso
la tendenza opposta, quella di sovraffollare di “totem” e di percorsi caldi,
rischio l’overload informativo. Certo,
l’experience design ha scopi diversi da quello della fruibilità pura, prevede
la possibilità di perdersi, per poi fare mente locale, di girare senza target,
per farsi coinvolgere. Il timore è che – in un momento in cui le attivitÃ
pubbliche (sanità soprattutto) vengono privatizzate sempre di più – non si
sconfini in una logica progettuale alla “Theme Park”, dove creare percorsi
tortuosi porta gli omini a rimanere di più dentro il parco, e se si mette più
sale nelle patatine, la cocacola vende di più.

[1] Una voce per tutti è quella
di Hobsbawm, per cui il mondo è diventato più piccolo ed al contempo più grande.
Per questo si rimanda a Hobsbawm, Eric, Il Secolo Breve, Rizzoli,
Milano:1997.

[2] Augé, Marc, Non Luoghi,
Elèuthera, Milano:1993.

[3] Augé, Marc, Non Luoghi,
Elèuthera, Milano:1993, pag. 53.

[4] De Certeau, Michel, L’invention du quotidien, Galimmard,
Paris : 1990.

[5] “tra bufalo e locomotiva la
differenza balza agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, e il bufalo
può scartare di lato”

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Franco Papeschi

Franco Papeschi
born 1978. laureato in scienze della comunicazione alla fucina di tecnologi umanisti di Siena. Master in ergonomia. <br /> <br /> Professionalmente cerco di occuparmi delle interfacce con cui l'uomo si relaziona sui luoghi di lavoro: interfacce software, hardware (spazi fisici), sociali (organizzazioni, comunità,..). al di fuori del lavoro adoro leggere e fare sport per rendere viva la parte fisica di me che resta sopita nel lavoro.
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