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digital identity - identità e mutamento

March 19th, 2002 di stefano cardini
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Nel mondo della rete, digital identity vuol dire soprattutto tecnologia: sistemi di identificazione di un utente da parte di un sistema.

Per questo si usano password, chiavi hardware di vario tipo, parametri antropometrici. Sostanzialmente, da

digital identity: identità e mutamento

Strano termine, digital identity: vuol dire qualcosa per alcuni, qualcos’altro per altri; ma questo è uno dei vizi del vasto mondo delle nuove tecnologie. I sistemi di nominazione, a volte, hanno maglie troppo larghe per essere veramente funzionali.

Nel mondo della rete, digital identity vuol dire soprattutto tecnologia: sistemi di identificazione di un utente da parte di un sistema. Per questo si usano password, chiavi hardware di vario tipo, parametri antropometrici. Sostanzialmente, da DI è la versione digitale di un ID, e forse il fatto che i due acronimi siano speculari non è un caso.

Superiamo il lato tecnologico: per chi si occupa di interaction design la parte più interessante non è il termine digital - l’essere digitali è una specie di condizione ambientale, ci si convive come si convive con l’inerzia e la forza di gravità -, ma piuttosto il concetto di identità .

Prendendo questo punto di vista, il corpo centrale della riflessione non è il tema della sicurezza, ma il campo vasto che riguarda l’auto-rappresentazione dei soggetti che comunicano e si comunicano attraverso l’uso di strumenti tecnologici.

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad un radicale spostamento dello spazio di relazione tra soggetti (siano questi singoli cittadini, istituzioni o aziende), dal mondo reale ad ambienti definiti da tecnologie digitali. Già da lungo tempo il telefono ha prospettato una nuova modalità di relazione, ma in quel caso la trasmissione è sostanzialmente analogica (anche quando il segnale viene, per un tratto codificato in digitale per poi essere decodificato in uscita); l’ultimo decennio ha segnato la reale affermazione dello spazio puramente digitale.

In questa contesto è il sistema tecnologico utilizzato che tende a condizionare i modi e i linguaggi della comunicazione: ed è il complesso delle caratteristiche delle infrastrutture e dei protocolli usati che costituisce l’elemento più rilevante dell’identità percepita dall’interlocutore.

Ciò che resta da fare, per chi comunica in uno spazio digitale, è scoprire un linguaggio che risponda all’esigenza di definire una propria identità univoca e riconoscibile, rimanendo all’interno dei vincoli tecnici imposti dal sistema.

Apparentemente, l’ambiente digitale offre possibilità straordinarie, per quanto concerne la libertà di espressione; scompaiono tutti i limiti che la realtà fisica impone: la materia soffre di inerzia, limiti fisici e chimici, non reversibilità delle azioni, alti costi di gestione, difficoltà di trasporto e impossibilità di multilocazione. Un’esistenza digitale non sottostà a nessuno di questi limiti; allo stesso tempo, però, scompare anche molto della possibiltà di lavorare sui dettagli che la realtà invece garantisce.

Rispetto alla realtà , quindi, il digitale ha due caratteristiche salienti: maggior libertà , e meno canali in cui sfruttarla. Paradossalmente, entrambe le caratteristiche sembrano essere degli impedimenti alla costruzione di una identità riconoscibile.

- Più libertà -

“sai che fortuna essere liberi / essere passibili di libertà che sembrano infinite / e non sapere cosa mettersi mai / dove andare a ballare / a chi telefonare”

Giovanni Lindo Ferretti

Nella vita “reale” (virgoletto, perchè credo che il significato di reale contrapposto a digitale stia perdendo consistenza, e che il digitale sia ciò che Manzini definisce una “naturalità di secondo livello”), il processo di costruzione di identità da parte di un soggetto è un percorso lungo e complesso, basato su processi evolutivi e sulla sedimentazione di dettagli: colori, forme, posture, modi di dire, scelta dell’abbigliamento, fanno sì che chiunque sia in grado di distinguere migliaia di persone che pure sono apparentemente simili tra loro.

E questa capacità , non a caso, è qualcosa che difficilmente è gestibile da un computer: un sistema di lettura della retina, o delle impronte digitali è infinitamente meno sofisticato della percezione che ci fa riconoscere un amico che non vediamo da dieci anni, anche se è ingrassato e si è fatto crescere la barba.

La libertà di cui si dispone nel digitale mi ricorda solo una cosa che esiste nella realtà : la chirurgia estetica: non mi piace il mio naso, lo rifaccio più piccolo e all’insù. Sarò più carino, ma probabilmente un po’ di persone non mi riconosceranno. Il punto è che nella realtà gli interventi possibili sono relativamente limitati: posso cambiare dei dettagli, il naso, le orecchie, i capelli; difficilmente posso intaccare radicalmente la mia forma. Chi lo fa, non è la stessa persona modificata: è una persona nuova (pensate ai transessuali, o alle mutazioni di Orlan). Nella realtà , questi cambiamenti sono limitati comunque dai vincoli della materia: non si può fare esattamente qualsiasi cosa, e i tempi di degenza fanno sì che i ritmi di queste operazioni debbano essere per forza dilatati nel tempo.

Il digitale consente invece di cambiare la propria immagine ogni volta che lo si desidera, e ogni cambiamento può assere una totale negazione e superamento dell’identità precedente. Splendido, da un certo punto di vista; però il risultato è una sorta di schizofrenia in cui ogni cambiamento non è un nuovo comportamento di un’entità riconoscibile, ma una vera e propria sostituzione di identità . E più è frequente il cambiamento di identità , più diventa difficile per l’interlocutore costruirsi una immagine mentale del soggetto con cui si sta relazionando.

- Meno strumenti -

La limitazione del numero di strumenti fa sì che alcuni sensi non possano essere coinvolti, ed altri risentano di notevoli limitazioni. L’olfatto diventa irrilevante (Il gusto anche, ma in realtà non viene utilizzato neanche nei rapporti sociali reali), il tatto viene sfruttato solo per feedback tattili semplici: l’identità si trasmette sostanzialmente solo attraverso audio e video, e sottostando a limitazioni di risoluzione, numero di colori utilizzabili, numero di frame al secondo, qualità audio…

Questa perdita di ricchezza del dettaglio - assieme alla diffusione delle nuove tecnologie, che porta al proliferare delle presenze in rete - porta al crescere della possibilità che le identità presenti in ambiente digitale si assomiglino molto le une alle altre, e non siano quindi più riconoscibili, negando in sostanza la propria funzione.

- Metaproposta -

Cosa fare allora?

La grande possibilità che si apre, credo, è la definire un nuovo modello evolutivo di identità digitale. Un complesso di regole, abitudini condivise, atteggiamenti progettuali che agiscano come vincoli positivi alla libertà assoluta di cui oggi i progettisti dispongono.

Una sorta di principio evolutivo che, se applicato, consenta di modificare l’immagine senza negare ciò da cui si parte: una specie di modello inerziale scelto liberamente, in cui il freno dell’inerzia sia bilanciato dalla spinta dell’avanzamento tecnologico.

Non penso a sistemi impositivi di norme e leggi; piuttosto a un suggerimento ad agire coerentemente con alcune premesse, lavorando più sulla creazione comune di queste premesse che non su ciascun singolo processo di definizione/creazione di identità . Non vincoli all’espressione, ma supporto all’efficacia di questa. Non normazione dall’alto, ma costruzione partecipata di un linguaggio.

Sicuramente, l’evoluzione tecnologica sarà un supporto vitale: cresce la risoluzione dei monitor, la velocità di trasmissione dei dati, la potenza dei tool a disposizione dei progettisti. Le capacità di video e audio cresceranno enormemente, e probabilmente le sensazioni tattili diventeranno più gestibili; aumenterà quindi la ricchezza degli strumenti a disposizione, e aumenterà la popssibilità di lavorare sulla ricchezza dei dettagli come elementi caratterizzanti.

Avremo un alfabeto più ampio, più flessibile, più ricco. Abbiamo bisogno di costruire una lingua per sfruttarlo al meglio: il mondo della comunicazione digitale è complesso, e fare del buon terraforming è una condizione indispensabile per avere un buon ambiente in futuro.

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stefano cardini

stefano cardini
nato nel 1969 e fortunatamente vivente.<br>architetto non praticante, dedito all'interaction e visual design dal 96; collaboro con Domus Academy, trivioquadrivio; docente a contratto al politecnico di milano.<br>Stimoli: Philip K Dick, Salinger, Motorhead, Roni Size, CCCP/CSI, Dalì, Sengai.
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