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Il Web che pensa

January 12th, 2002 di Gioacchino La Vecchia
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Nell’aprile 2000, Bill Joy, chief scientist di Sun Microsystem, pubblicava su Wired "Perché il futuro non ha bisogno di noi". Joy si domandava se gli scenari propri della fantascienza, dove le macchine conquistano la supremazia sull’uomo, non fossero prossimi nella realtà .

Nell’aprile 2000, Bill Joy, chief scientist di Sun Microsystem, pubblicava su Wired "Perché il futuro non ha bisogno di noi". Joy si domandava se gli scenari propri della fantascienza, dove le macchine conquistano la supremazia sull’uomo, non fossero prossimi nella realtà . In un primo momento a farla da padrone era stato l’hardware, maggiore potenza di elaborazione equivale a maggiore capacità di calcolo e quindi di prendere decisioni. Non a caso abbiamo sorbito per anni serie di androidi sotto tutte le salse, dal cinema ai fumetti. Stabilizzatasi la legge di Moore che calcola l’incremento di capacità elaborativi dei microprocessori nel tempo, il piatto della bilancia ha cominciato a pesare dal lato del software. Va bene fare i calcoli in fretta ma le operazioni sui bit da soli non aiutano a prendere decisioni complesse. Ecco quindi riemergere concetti come l’intelligenza artificiale, il data minino, il calcolo logico e, di conseguenza, una nuova serie di soggetti cinematografici. Matrix ne è un chiaro esempio e molto fine la rivisitazione e proiezione nel tempo degli elementi chiave: intelligenza, simulazione e sicurezza.

Titoli di coda e ritorno alla realtà , il Web, sorta di Matrix odierna, in fase embrionale, senza alcuna connotazione negativa spinta ma neanche soltanto positiva, diciamo neutra. Attualmente un essere umano, web master, editor o designer che sia, crea l’informazione perché sia gestibile da una macchina in un formato che sia facilmente accessibile e comprensibile ad altre persone. L’infrastruttura Internet e Web ci fornisce quindi esclusivamente dei servizi di immagazzinamento e trasporto delle informazioni.

Non viene invece compiuta alcuna apprezzabile elaborazione su questi dati. In poche parole stiamo utilizzando solo una piccola parte della capacità elaborativi dei nostri computer e lasciando molto di questo onere alle nostre capacità cognitive e di aggregazione. Questo, da un lato, allontana gli scenari apocalittici disegnati da Joy ma, allo stesso tempo, è indicatore di un utilizzo limitato delle potenti risorse a nostra disposizione.

La necessità di maggiore intelligenza nel Web nasce con l’esplosione dell’informazione, non a caso le prime applicazioni "intelligenti" sono nate in seguito al successo dei motori di ricerca.

Con il crescere del numero degli archivi i risultati di una ricerca sono sempre più imprecisi e lontani da quelli desiderati. Ma l’overdose di informazioni si fa sentire in diversi contesti e, alla fine, il compito ingrato di scremare le informazioni della Rete viene lasciato all’utilizzatore finale.

Come è facile immaginare non è semplice intervenire sulla grande mole di dati già disponibile in linea nel Web. Ma ecco venire a soccorso di questa situazione di apparente stallo il Semantic Web, iniziativa del Consorzio W3C per rendere il Web strutturalmente più "intelligente".

Il Semantic Web è stato consacrato con l’articolo del direttore del Consorzio Tim Berners-Lee su Scientific American del Maggio 2001.

Un Web semantico è tale da potere essere facilmente intelligibile e processabile da agenti automatici, programmi software in grado di recepire dei comandi e accedere agli archivi internet per tentare di portarli a termine.

Un semplice agent potrebbe farsi carico delle nostre prenotazioni aeree tenendo in considerazione la nostra agenda, le nostre preferenze e il nostro budget per fornirci la soluzione di viaggio che più ci soddisfa.
Non c’è bisogno di avere un agent troppo intelligente e perfido fino al punto di farci perdere l’aereo per rendere reale lo scenario di Bill Joy, basta che il programma non sia abbastanza robusto da gestire un errore, o un’eccezione per ottenere uno spiacevole disservizio. Ovviamente delegare scelte di responsabilità ad agenti automatici non sufficiente robusti è un ottimo approccio per ottenere problemi senza neanche sfiorare un livello di intelligenza del software.

Diamo per scontato che l’infrastruttura del Semantic Web sia stata già realizzata. Che i server e i client, per i quali comunque si dovrebbe perdere questa rigidità di distinzione, siano dotati di autonomia e di intelligenza sufficiente. Poniamo anche che requisiti di mercato o campagne informative di successo abbiano convinto i content provider ad arricchire i propri archivi con contenuti semantici. Ci troveremmo in una situazione assolutamente comparabile a quanto successo nella metà negli anni ‘90.

Il Web si era diffuso in maniera capillare e spontanea superando le previsioni più ottimistiche, e grandi opportunità di business si erano rese disponibili a chi aveva saputo cogliere la fertilità del momento contingente. Semplicemente un grande numero di potenziali utenti, nonché consumatori, si era affacciato su un nuovo media, affollandone i canali e divorando le informazioni che vi circolavano. Un servizio interessante poteva diventare facilmente la "killer application" vista la totale assenza di barriere che ne limitavano l’accesso. Per ogni business plan l’audience target era l’intera umanità dotata di accesso alla rete. In questo caso a crescere esponenzialmente non sarebbe solo l’utenza potenzialmente interessata, ma la gamma di servizi a valore aggiunto da mettere a disposizione.

Proviamo a delineare gli scenari possibili quando il Web sarà entrato nella prossima probabile generazione, quella semantica.

Le analogie sono tante e riguardano le potenzialità di business così come le potenziali sorgenti di errore di valutazione del business stesso.
L’informazione disponibile sulla rete sarà quella che farà il primo passo in avanti, passerà dall’essere fruibile dagli utenti finali mediante strumenti di accesso e navigazione ad essere fruibile e, gradualmente, maggiormente intelligibile da sistemi semi-automatici. Questi sistemi, che potranno essere chiamati agenti, saranno semplicemente delle estensioni, o, nell’accezione ormai comune, plugin degli attuali sistemi, o, alternativamente, costituiranno il cuore dei nuovi sistemi di navigazione.

Gli agenti rappresentano gli utenti del futuro; i creatori e fornitori di servizi in Rete dovranno convincere loro della bontà e convenienza di un prodotto o di un servizio tralasciando gli estetismi e i virtuosismi grafici che resteranno invece elementi essenziali dell’ultima parte della transazione commerciale, la proposizione ed eventuale approvazione da parte dell’utente finale. La differenza è sostanziale in quanto, in questo caso specifico, non si potrà contare neanche sull’emotività o umanità della controparte, avremo di fronte dei freddi esecutori di ordini che seguiranno determinate regole.

Il meccanismo dovrà essere robusto per evitare che sia facile imbrogliare questi sistemi, così come talvolta oggi si riesce a fare con i motori di ricerca, facendo in modo che la propria pagina Web abbia un peso maggiore delle altre e sia visualizzata per prima nella lista dei risultati di una ricerca.

L’opportunità di business è sicuramente un aspetto importante, direi fondamentale perché si formi la massa critica che decreti il successo di una simile rivoluzione nella maniera di concepire il Web. Altro aspetto collegato, e non meno importante, è la maniera con cui interagiremo con questa nuova istanza del Web. Lo sforzo maggiore è al momento rivolto verso le componenti infrastrutturali, i mattoni con cui sarà possibile realizzare il Semantic Web.

Un significativo passo in avanti è stato compiuto dalle tecniche di interfacciamento con il parlato. L’evoluzione è in gran parte sul lato della comprensione delle parole pronunciate a prescindere da timbro e inflessione. In questo caso l’introduzione di sistemi semantici aiuterebbero le macchine a dare un significato utile per una elaborazione ed una risposta, se richiesta, o una reazione a quanto detto.

Interfacce realmente innovative e relativi livelli di usabilità e accessibilità saranno presto sicuramente materia di discussione.

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Gioacchino La Vecchia

Gioacchino La Vecchia
Nasce nel 1970, si laurea nel 1994 in Scienze dell'Informazione presso l'Universita' di Pisa. Dal 1990 lavora con il Dipartimento di Informatica, nel 1994 fonda la Link, startup che produce la prima internet appliance italiana, nel 1999 entra in Accenture (allora Andersen Consulting), societa' in cui tuttora lavora con la qualifica di Manager. Nel 1999 contribuisce allo startup dell'Ufficio Italiano W3C, locale rappresentanza del World Wide Web Consortium, di cui e' tuttora Administrator.<br> Si interessa di Web Engineering e Security. Collabora con quotidiani italiani, si occupa di Web Security e Semantic Web.
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